Asia, allarme carburanti verdi "Così danneggiano l’ambiente "
Per produrre il bio-etanolo distrutte le foreste vergini - Il Borneo è stato flagellato per mesi da una nube di fumo – L’effetto paradossale, in Indonesia, è un aumento dell’effetto serra - Entro il 2010 i cinesi diventeranno i terzi produttori al mondo di etanolo, dopo gli Stati Uniti e il Brasile
07/02/2007
La Repubblica ED. NAZIONALE
di federico rampini
PECHINO – Dall’Asia arriva un grave allarme contro il bioetanolo, il carburante "verde" per eccellenza: i danni all’ambiente provocati per produrre il sostituto agricolo della benzina possono superare i benefici. Le foreste vergini e le pianure umide delle regioni tropicali subiscono una nuova aggressione per soddisfare la domanda di etanolo dei paesi industrializzati.
Mentre la conferenza internazionale di Parigi ha rafforzato l’attenzione sulle conseguenze del surriscaldamento climatico, dall’altra parte del pianeta arriva un messaggio poco rassicurante: non ci sono scorciatoie facili, alcuni rimedi sono peggiori del male. Finisce sotto accusa anche l’Unione europea, che tre anni fa adottò una direttiva per incentivare il bioetanolo. Il bilancio sulle
emissioni carboniche è pesante, dall’Indonesia alla Malesia avanzano la deforestazione e la distruzione delle wetlands (terre umide) ricche di torba, il saldo netto è addirittura un aumento dei gas da effetto-serra.
Per il vigore della sua crescita economica e per le dimensioni demografiche, l’Asia sta diventando il laboratorio dove si sperimentano su vasta scala nuovi disastri, provocati involontariamente dalla ricerca di soluzioni al surriscaldamento climatico. La Cina è alle prese con una drammatica escalation dello smog: entro quattro anni sarà il più grosso produttore mondiale di emissioni carboniche,
sorpassando gli Stati Uniti. Nel tentativo di arrestare il rapido aumento dell’inquinamento, dopo l’America anche Pechino ha deciso di incentivare l’uso dei carburanti verdi per auto e camion:
etanolo e biodiesel. Entro il 2010 i cinesi raggiungeranno i 6 milioni di tonnellate di produzione di etanolo all’anno, collocandosi al terzo posto mondiale dietro gli Stati Uniti e il Brasile. Ma i biocarburanti si ricavano dai cereali come grano e granoturco, o dalla soia. I prezzi del mais in Cina sono schizzati al rialzo del 19,5% nel 2006, quelli del grano del 15%, sospinti dal forte aumento
della domanda dovuto ai nuovi utilizzi energetici.
Più ancora del rincaro alimentare preoccupano le conseguenze sull’ambiente.
L’agricoltura cinese è già oggi una delle più inquinate del pianeta. Il 58% dei fiumi cinesi è altamente tossico. Inoltre le terre arabili sono in forte diminuzione, contese dalle fabbriche e dall’edilizia, impoverite dalla desertificazione che avanza in vaste regioni del paese. Il boom dei biocarburanti va ad aggiungersi alla pressione demografica e industriale nel mettere a repentaglio un
ambiente in grave degrado.
La corsa verso le fonti energetiche alternative provoca ripercussioni che si espandono in tutta l’Asia.
All’origine, l’argomento in favore del bioetanolo è semplice: le piante che sono la materia prima dei carburanti verdi eliminano anidride carbonica dall’atmosfera quando sono in vita, prima di rilasciarla quando vengono bruciate; quindi il loro saldo netto di gas carbonici dovrebbe essere neutrale (a differenza dai derivati del petrolio). Cavalcando la motivazione ambientalista nel 2006 gli
investimenti mondiali in etanolo, biodiesel e fonti alternative hanno raggiunto i 50 miliardi di dollari. Ma non si erano fatti i conti con i metodi di coltivazione, che possono essere distruttivi. Le conseguenze estreme di questo boom del bioetanolo si verificano nelle foreste vergini tropicali dell’Indonesia.
L’isola di Borneo (Kalimantan) è stata
perseguitata più a lungo del solito - da luglio a novembre - dalla calamità delle «nebbie carboniche». I densi strati di fumo hanno ricoperto la regione allargandosi a tutta l’Indonesia e poi dilagando in gran parte del sud-est asiatico. Aeroporti chiusi, città immerse nel buio e malattie cardiorespiratorie sono diventate un incubo per mesi.
All’origine c’è la coltivazione che è una specialità dell’isola: la palma da olio, una delle materie prime del biodiesel. Le quotazioni mondiali dell’olio di palma sono balzate all’insù del 35% in dieci mesi. Il risultato è stato immediato: gli agricoltori del Borneo hanno aumentato a dismisura gli incendi boschivi per conquistare nuove terre arabili e allargare le piantagioni di palma da olio.
Sono i loro incendi a creare l’apocalittica cappa di fumo che imperversa sull’area. La sola distruzione di torbiere in Indonesia rilascia 600 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno, gli incendi boschivi con le loro nubi di fumo aggiungono altri 1.400 milioni di tonnellate di gas carbonici.
Risultato: L’Indonesia è balzata al terzo posto mondiale come produttore di emissioni carboniche da effetto serra, dietro America e Cina.
Il Borneo, la seconda più grande isola del mondo, è una delle maggiori riserve naturali del pianeta per le sue foreste pluviali. Su metà dell’isola la vegetazione originaria è stata distrutta, e oggi oltre 400.000 ettari della sua costa occidentale sono invasi dalle piantagioni di palma da olio.
Secondo l’organizzazione ambientalista Friends of the Earth, in tutta l’Indonesia la superficie dedicata alla coltivazione della palma da olio è aumentata del 118%. Nella vicina Malesia l’87% della deforestazione nel corso di cinque anni è stata causata dall’invasione della palma da olio. Molti terreni sono stati acquistati da società cinesi, che investono nella deforestazione per produrre energie
"verdi", con l’accordo del governo indonesiano. Anche multinazionali petrolifere come la Chevron si stanno diversificando nel biodiesel.
Di fronte all’entità del disastro, l’associazione inglese Biofuelswatch ha proposto che «i biocarburanti non siano più considerati automaticamente dai governi come fonti rinnovabili».