Latte in caduta libera: l’industria chiede aiuto all’Unesco

Pubblichiamo da Qualeformaggio.it (leggi articolo originale)

Assolatte si muove per difendere il latte, da tempo sotto l’attacco di una pressante azione mediatica esercitata da ambienti mascherati di “green” e di “vegan”, ma che in realtà nascondono malcelati interessi legati ad altre economie e azioni tese a creare spazio e terreno fertile per prodotti solo apparentemente alternativi. La strategia di queste oscure lobby è evidentemente quella di terrorizzare i consumatori attraverso organi d’informazione disponibili, per spostarli verso “latti vegetali” che nella gran parte dei casi hanno nutrienti ben diversi, che mai potranno sostituire il vero latte; prodotti che per lo più provengono da monocolture Ogm, responsabili di gravissime ricadute sull’ambiente (risorse idriche, impatto ambientale, biodiversità vegetale e animale) e da terreni espropriati ai contadini del sud del mondo.

Alla mossa degli industriali del latte ha dato ampio risalto, sabato scorso, il quotidiano economico Il Sole 24 Ore, secondo cui Assolatte (che rappresenta prevalentemente il latte prodotto in allevamenti intensivi) starebbe operando pressioni affinché l’Unesco conferisca alla “bevanda latte” il titolo di “Patrimonio mondiale dell’Umanità”. Mossa azzardata, certo, ma che suona come un esercizio inevitabile per chi si sente con le spalle al muro; come a dire che “a estremi mali” non si possa che agire con “estremi rimedi”.

Tanto per capire il clima poco sopra descritto, basterà dare un’occhiata ad un articolo (anche se si fa fatica a definire questi testi terroristici “articoli”, ndr), apparso sul web giovedì 22 scorso e intitolato “Cibi tossici, il latte che beviamo: la verità tra chimica e veleni”: il solo titolo la dice lunga sui luoghi comuni e la determinazione nel fare di tutta l’erba un fascio. Pezzi di così bassa levatura (leggilo qui) attingono ad un’informazione che nasce negli Usa, spesso a seguito di qualche studio scientifico che – a guardar bene – si riferisce ad allevamenti-lager, in cui pratiche come la somministrazione di farmaci a titolo preventivo sono all’ordine del giorno. Allevamenti di cui nel nostro Paese non esiste traccia.

C’è poco da fare o da dire nell’osservare situazioni come questa: quello di consumatore si sta facendo sempre più – e senza dubbio – uno dei “mestieri” più complessi del mondo.

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