Crolla il prezzo del latte. Chiude una stalla ogni settimana

Pubblichiamo da Corriere (leggi articolo originale)

Altro che ripresa e ripresina. L’agricoltura bresciana – e in particolare il settore lattiero – sta vivendo uno dei suoi momenti più drammatici. Lo scorso anno tra Bassa e valli ha chiuso in media una stalla a settimana. Allevatori schiacciati dai debiti, costretti a lavorare 14 ore al giorno per non guadagnare nulla, che decidono di mollare. E la loro resa va ad appesantire un trend che peggiora costantemente negli ultimi dieci anni, visto che il numero di allevamenti con bovine da latte è calato del 30 per cento. Anche il 2015 non pare offrire margini di speranza. Il prezzo del latte alla stalla oggi è infatti crollato a 36 centesimi di euro al litro, quando il break even – ovvero il ricavo minimo che secondo i produttori assicura la sostenibilità economica – è di 42 centesimi. Eppure solo a giugno veniva pagato 44 centesimi al litro. Cosa è successo?
Pesa indubbiamente una situazione congiunturale molto difficile; l’embargo russo che prosegue da agosto ha fatto dirottare milioni di litri di latte (ma anche carni suine) dal Nord Europa all’Italia, come ha ricordato recentemente al Corriere il presidente dell’Upa Francesco Martinoni. E c’è l’innegabile problema del peso – nella definizione del prezzo – di una multinazionale come Lactalis, proprietaria di caseifici italiani come Parmalat, Invernizzi, Cademartori, Santa Lucia e Vallelata.
Ma c’è dell’altro.
I mancati accordi con la grande distribuzione
C’è la grande distribuzione che pare davvero «speculare» sulle spalle degli allevatori. Questa, almeno, la denuncia secca di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti Brescia e Lombardia. Prandini parte da una semplice constatazione, i prezzi del latte e dei formaggi sui banchi del supermercato: «Rispetto a giugno i nostri allevatori stanno prendendo il 20% in meno. Ma sui banchi del supermercato (al netto di qualche offerta sottocosto) i prezzi si sono mantenuti stabili. Questo è inaccettabile, perché a guadagnarci non sono né gli allevatori né i consumatori».
Che fare quindi? «Guardiamo alla Francia oppure alla Germania – prosegue Prandini -; i loro governi in casi come questi aprono dei tavoli di concertazione dove uniscono grande distribuzione e produttori. E si media. Cosa che non si fa qui». Se è vero che Lactalis è un colosso difficile da combattere, «si potrebbe però iniziare a sedersi intorno a un tavolo con i primi tre gruppi italiani della grande distribuzione, che sono Coop, Conad ed Esselunga».

Nel 1964 con dieci vacche si stava bene, oggi ne servono 300
Oggi il costo medio di un litro di latte fresco in un market è di 1,41 euro mentre trent’anni fa era di 1,31 euro e cinquant’anni fa di 1,23 euro (dati Sole 24Ore , aggiornati all’indice di inflazione). «Il problema è che un tempo gli allevatori avevano la metà dei costi fissi attuali – aggiunge Prandini -. Con dieci vacche si manteneva dignitosamente una famiglia; oggi un’azienda con trecento capi fa fatica ad arrivare alla fine del mese». La globalizzazione e le economie di scala non hanno risparmiato le eccellenza lombarde. Infatti le stalle diminuiscono ma la produzione aumenta (due milioni di quintali di latte in più nel decennio), segno che a resistere sono le grandi aziende (e le cooperative). A rimanere stritolati sono gli allevatori piccoli e medi, quelli che non riescono a rientrare delle spese correnti (mangimi, carburanti, sementi) e degli investimenti fatti per migliorare la loro azienda (sala mungitura, macchinari). Se non cambierà la situazione, la mazzata finale per loro arriverà con la fine delle quote latte. Ad aprile.

pgorlani@corriere.it

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