Piano da un miliardo per rilanciare l’agricoltura

Pubblichiamo da Repubblica (leggi articolo originale)

Tuo padre è agricoltore e sei indeciso su cosa fare del tuo futuro? Se scegli di non far morire l’azienda di famiglia e spendi per innovare  –  nuovi macchinari, e-commerce  –  la Regione ti paga il 50 per cento dei tuoi investimenti. Passi dalla lotta integrata al biologico? Per sette anni sarai pagato 700-800 euro ogni dodici mesi per ogni ettaro trasformato. Sei un giovane sotto i 40 anni disposto a trasferirti in montagna per fare buona marmellata con i frutti di bosco locali? L’assessorato all’agricoltura paga 30mila euro. E non c’è bisogno di comprare la terra: per i primi tempi si può affittare in attesa di capire se la scommessa ha sortito l’effetto sperato. 

Per chi è determinato a puntare sull’agricoltura in un’epoca in cui la passione per il cibo sta rasentando la mania e la buona qualità è spesso ripagata con successi che altre attività sognano a distanza, i prossimi anni potrebbero essere l’occasione da prendere al volo. Un miliardo e 93 milioni dell’Unione europea arriveranno in Piemonte e la giunta Chiamparino vorrebbe che nel 2020 il quadro dell’agricoltura piemontese apparisse radicalmente cambiato. Oggi i numeri dicono che il 77 per cento delle aziende agricole piemontesi (67 mila in totale) utilizzano manodopera definita “familiare” (114 mila persone) che gli assunti in forma continuativa sono 8mila, mentre i saltuari sono 21 mila. Altri 5 mila sono i lavoratori impiegati dalle cooperative. In totale. 148 mila persone nella nostra regione vivono grazie al lavoro nei campi. 

Giorgio Ferrero, l’assessore che proviene dalla Coldiretti chiamato a realizzare la rivoluzione, fissa l’obiettivo: invertire la tendenza che negli ultimi tempi vede, in tutta Italia e il Piemonte non fa eccezione, la chiusura di migliaia di aziende all’anno. I finanziamenti (i bandi arriveranno nel 2015) serviranno a sostenere chi ha deciso di crederci, ma sono soltanto lo strumento economico: “È indispensabile lavorare molto sull’autostima dei nostri agricoltori. Il Piemonte è da tempo ormai una ottima vetrina per i suoi prodotti, l’importante è aver voglia di accettare la sfida pubblicizzando i nostri prodotti. Considerato poi che tutti gli altri settori vivono una crisi e che i posti di lavoro sono un lusso, chi li ha è bene che se li tenga stretti e non pensi di trovare altre grandi chance altrove”. 

Nella nostra Regione non si producono succhi di frutta e marmellate, è uno degli esempi che stanno a cuore a Ferrero: “mentre in Emilia vanno fortissimo, noi siamo grandi coltivatori di frutta ma poi non seguiamo la filiera. Pensiamo alla crisi della vendita di pesche di quest’anno. Se chi le coltiva potesse portarle a qualcuno che le trasforma a pochi chilometri di distanza la situazione potrebbe migliorare”. Un altro obiettivo è incentivare il lavoro dei giovani con lo scopo di convincerli ad investire soprattutto in montagna e in alcune zone collinari dove le aziende hanno titolari anziani vicini a mollare, allora il vantaggio è duplice: “Abbiamo realizzato un monitoraggio sulla presenza di aziende sul nostro territorio e verificato che ci sono aree quasi totalmente scoperte: l’80 per cento della montagna e il 30 delle zone collinari”. Il passaggio al biologico è una delle voci da incentivare senza temere i rallentamenti della burocrazia. “Nei bandi indicheremo i criteri che consentiranno di stilare una graduatoria a punti per chi partecipa: imprese giovani, territori fragili, qualità, innovazione”.

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