Nasce Netzanet, la salsa di pomodori autoprodotta contro il caporalato

Pubblichiamo da Il Referendum (leggi articolo originale)

maniIl lavoro bracciantile, soprattutto nel meridione d’Italia, è spesso praticato da migranti che si affidano a caporali senza scrupoli nella speranza di guadagnare qualche soldo per arrivare a fine giornata, o che svolgono queste mansioni in attesa di una sistemazione un po’ più dignitosa, il tutto a fronte di turni di lavoro massacranti e con diritti pari a zero. A Bari, una recente iniziativa portata avanti all’associazione “Solidaria” ha cercato di trovare un’alternativa a questa piaga sociale, coinvolgendo le categorie sociali più colpite dalla crisi economica. L’obiettivo del progetto, dal nome “Netzanet“, è ambizioso: creare salsa di pomodoro e venderla senza seguire la tradizionale logica di mercato.

Perché i pomodori?

La scelta dei fondatori di iniziare dalla lavorazione del pomodoro non è casuale: la raccolta dei pomodori rappresenta ancora oggi l’emblema dello sfruttamento della manodopera agricola in Puglia. L’investimento su questo progetto è stato avviato attraverso una campagna di crowdfunding, una sorta di finanziamento dal basso con la quale ciascuno può donare una somma a piacimento per finanziare il progetto.

In che modo?

Acquistando la materia prima da cooperative ed imprese agricole che non reclutino manodopera attraverso le pratiche del caporalato e non facciano sfruttamento di manodopera agricola;
recuperando e riutilizzando i locali dove un tempo aveva sede il Liceo “Socrate” di Bari, utilizzato come sede della trasformazione della materia prima, nel rispetto delle condizioni igienico-sanitarie ed assistiti da personale qualificato;
riciclando bottiglie di birra per il confezionamento delle passate di pomodoro; includere nel progetto anche migranti e rifugiati politici che in passato sono stati vittime dei caporali.
I prodotti fabbricati recheranno l’etichetta “Sfrutta Zero” e saranno venduti nei mercati, nei GAS (gruppi di acquisto solidale), nelle fiere di auto-produzione e sui siti web di vendita di prodotti locali.

Abbiamo approfondito la questione con Pier, membro dell’Associazione Solidaria. Qual è, in poche parole, la filosofia del progetto?

Netzanet vuole legare la riappropriazione e il riuso immobiliare a scopo abitativo (come ad esempio i percorsi di occupazione e autogestione di alcuni rifugiati politici a Bari: l’ex liceo Socrate e l’ex casa del rifugiato) all’esperienza di avviamento di un’attività lavorativa per alcuni migranti, giovani disoccupati/e e precari/ie, attraverso le auto-produzioni di prodotti locali e di conserve. Abbiamo cercato di mettere insieme soggettività (migranti e italiani) che subiscono gli effetti di questa crisi ma che dalla narrazione egemone vengono messi gli uni contro gli altri. Lo sfruttamento di migranti e lavoratori, in cima alla lista di ciò che il progetto combatte, parte dalle campagne (l’esempio di Rignano Garganico tristemente famoso in tutto il mondo) per arrivare sino alla cima di questa filiera produttiva, la grande distribuzione organizzata.

Perché avete scelto la via del crowdfunding? Pensate di avere potenzialità di sviluppo nella vendita di prodotti sul mercato?

Il crowdfunding è stato un modo sia per autofinanziarci e permetterci l’acquisto dei pomodori (a sfruttamento zero ovviamente), delle attrezzature utili alla trasformazione del pomodoro in salsa ed alla divisione di equi contributi a chi ha partecipato alle giornate di trasformazione, sia per diffondere il nostro messaggio di rivendicazione politica ad un “pubblico” più ampio e non solo locale. Con i ricavati della distribuzione continueremo i nostri percorsi di solidarietà all’interno sia dell’ex liceo Socrate che dell’ex casa del rifugiato ed una parte ci servirà per continuare con altre auto-produzioni.

Avete anche collegamenti con le “classiche” compagnie di distribuzione, oppure vendete solo su mercati alternativi (come fiere di auto-produzione, GAS ecc.)?

No, per ora utilizziamo i canali alternativi come fiere, mercatini e Gas. Le “classiche” compagnie di distribuzione (la GDO a cui facevo riferimento), per trarre il massimo del profitto, cercano con il beneplacito delle istituzioni di livellare i prezzi delle materie prime sempre più verso il basso; cosi facendo è impossibile che vengano rispettati i più basilari diritti sindacali di lavoratori e lavoratrici.

Avete trovato difficoltà nel reperimento di imprese agricole interessate?

Abbiamo scelto due contadini da cui abbiamo acquistato cinque quintali di pomodori da ognuno. La scelta non è stata casuale e racchiude un po’ la filosofia del nostro progetto: da una parte, in terra barese, un laureato in Lettere che finito gli studi si è trovato, così come la maggior parte dei laureati, in una situazione di precarietà lavorativa ed ha deciso di coltivare la terra di alcuni suoi parenti (continuando, nello stesso tempo, a studiare per partecipare a concorsi ecc.); dall’altra Abdul, un giovane migrante che alcuni anni fa si ribellò al caporale ed ora coltiva un suo piccolo appezzamento di terra in Basilicata.

Tra i vostri volontari, precari e migranti. Pensate che la battaglia al caporalato sia ad oggi una battaglia che si possa vincere stante il crescente razzismo e la diffidenza verso i migranti nell’opinione pubblica? Se sì, come?

Come ho già detto in precedenza, in questo progetto abbiamo cercato di mettere insieme varie vertenze che hanno un unico comune denominatore. Da una parte i migranti, che per via di un razzismo istituzionale (italiano ed europeo) che va dalla legge Bossi-Fini al trattato di Dublino, non hanno accesso a diritti umani come la casa, la sanità, un lavoro dignitoso e, quindi, la libertà (da qui, il nome del progetto); dall’altra un gruppo di studenti e precari che subiscono le politiche di austerità di questi governi, a suon di tagli all’Università e di istituzionalizzazione della precarietà del lavoro (il Jobs Act renziano ne è la conferma più lampante). Il nostro messaggio va contro una guerra tra poveri che giova solo a chi si arricchisce sulle nostre vite per fare sempre più profitti.

L’iniziativa ha avuto sostegno dalle istituzioni locali?

Non c’è stato alcun sostegno né economico né tantomeno politico. Dall’altra parte, anzi, si è cercato di portare avanti progetti all’apparenza virtuosi (Capo Free Ghetto Off, finanziato dalla Regione Puglia) che però non c’entrano assolutamente con un problema ben più radicato nella nostra Regione e che dovrebbe, invece, portare ad un effettivo aumento dei controlli nei campi (con una regolarizzazione attraverso dei contratti, il rispetto dei diritti sindacali, l’affidamento di una casa ai lavoratori) che permetta di abolire il fenomeno del caporalato (tra l’altro, utilizzato come capro espiatorio per non risalire alle ben più grandi responsabilità istituzionali).

Pensate che Netzanet si possa estendere anche ad altre regioni d’Italia, in particolare del Sud, dove è più frequente la piaga del caporalato?

Abbiamo tanti progetti in mente: uno di questi è di coinvolgere altre realtà a noi vicine sia territorialmente che sui percorsi che portiamo avanti per promuovere la nostra etichetta Sfrutta-Zero. Tutte queste idee le discuteremo all’interno dell’assemblea dell’Associazione Solidaria, luogo in cui sono state prese tutte le decisioni dall’inizio del progetto, in maniera orizzontale e democratica.

Si può e come si può aderire attivamente oltre che finanziariamente al progetto?

Certo che è possibile. Attraverso la nostra pagina Facebook si può conoscere un po’ tutto ciò che facciamo e passarci a trovare: assemblee, dibattiti, banchetti ma anche feste di solidarietà ed autofinanziamento, dove sarà possibile, ovviamente, assaggiare la nostra salsa Sfrutta-Zero.

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