Braccianti indiani costretti a doparsi per sopravvivere al lavoro

Pubblichiamo da redattoresociale.it (leggi articolo originale)

LATINA – Raccolta manuale di ortaggi, semina e piantumazione per 12 ore al giorno sotto il sole, subendo vessazioni e violenze di ogni tipo. Un lavoro usurante fatto anche sette giorni su sette sotto il sole cocente come sotto la pioggia. È questa la vita dei braccianti indiani nella zona agricola in provincia di Latina, che per reggere ai ritmi disumani imposti dai “padroni” e non sentire il dolore arrivano ad assumere sostanze dopanti e antidolorifiche. Una forma di doping vissuto con vergogna e praticato di nascosto perché contrario alla loro religione e cultura e condannato dalla comunità. A denunciare le condizioni della comunità Sikh dell’agro pontino è “Inmigrazione”, che questa mattina ha presentato a Latina il rapporto “Doparsi per lavorare come schiavi”.
Scorrendo le testimonianze raccolte dalla onlus emergono chiari i contorni di una nuova forma di schiavitù. “Noi sfruttati e non possiamo dire a padrone ora basta – racconta un bracciante -, perché lui manda via. Allora alcuni indiani pagano per piccola sostanza per non sentire dolore a braccia, a gambe e schiena. Padrone dice lavora ancora, lavora, lavora, forza, forza, e dopo 14 ore di lavoro nei campi come possibile lavorare ancora?”. E un altro: “Io vergogno troppo perché mia religione dice no questo. È vietato da nostra bibbia. Ma padrone dice sempre lavora e io senza sostanze no posso lavorare da 6 di mattino alle 18 con una pausa solo a lavoro”.
Il traffico delle sostanze è saldamente in mano a italiani organizzati con collegamenti, probabilmente, anche con l’estero. “L’auspicio – si legge nel rapporto – è che, insieme agli interventi repressivi delle forze dell’ordine si possa sviluppare una riflessione qualificata da parte di tutti i soggetti interessati, a partire dalla comunità sikh pontina, per promuovere politiche volte a sconfiggere lo sfruttamento, il caporalato, il sistema di tratta che caratterizza questa migrazione e i troppi speculatori che sulla vita dei braccianti indiani hanno fondato il loro lucroso business”.
InMigrazione denuncia anche lo stato di isolamento della comunità Sikh, senza servizi se non quelli garantiti dal volontariato e dai sindacati: “Apprendimento della lingua italiana, conoscenza e fruizione dei servizi sanitari, anagrafici e sociali rappresentano ancora, troppo spesso, un miraggio”. Per cambiare le condizioni di vita dei braccianti sikh dell’Agro pontino è necessario, per la onlus, agire su più fronti: contrasto dell’illegalità e dello sfruttamento sul lavoro, servizi territoriali per l’inclusione sociale, agricoltura competitiva che si basi sulla qualità dei prodotti unita al rispetto dei diritti umani, lotta alle eco-mafie e alle varie frodi alimentari elementi ineludibili da coordinare per sanare una ferita sociale e culturale incompatibile con un Paese come l’Italia. (gig)

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