Terra dei Fuochi, la sentenza è kafkiana e l’agricoltura resta senza risposte

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Il signor Vincenzo di professione fa il contadino. E qualcuno dovrà spiegargli perché da un anno e mezzo ha il terreno e il pozzo sequestrati nell’inchiesta per avvelenamento condotta dalla Procura di Napoli, come altri 14 imprenditori agricoli di Caivano, anche se la Cassazione ha stabilito che i criteri con i quali è stato giudicato il presunto pericolo di avvelenamento sono sbagliati e che quindi questo pericolo non sussiste. E la stessa Procura aveva dissequestrato i prodotti di tutti i fondi agricoli, risultati sani. Ma ancora di più, qualcuno dovrà spiegare al signor Vincenzo perché il suo terreno e il suo pozzo, che hanno la sfortuna di trovarsi nell’area chiamata Terra dei Fuochi, sono sotto sequestro se ora per il Tribunale del Riesame, chiamato di nuovo a decidere dopo le indicazioni della Cassazione, stabilisce che è tutto da rifare per un vizio di forma. Diversamente da quanto aveva deciso la Cassazione (con una sentenza che fa giurisprudenza), il Tribunale del Riesame non avrebbe giudicato tenendo conto delle indicazioni della Corte Suprema. Questa volta sarebbe stato il cavillo a invalidare tutto: come ha spiegato l’avvocato Marco De Scisciolo, che assiste l’agricoltore, un vizio procedurale nell’originaria ordinanza di sequestro dei pozzi ha condizionato tutto il resto, compreso il ricorso presentato.
Cosa ha deciso la Cassazione
Procediamo con ordine. In Cassazione ci è arrivato solo uno degli imprenditori agricoli di Caivano, assistito dall’avvocato Marco De Scisciolo, che ha presentato ricorso prima al Riesame, per ottenere il dissequestro del terreno e del pozzo (e ribadire la bontà delle sue coltivazioni), e poi in Cassazione. La Corte Suprema è intervenuta per dire che per i terreni e le acque non sussiste il pericolo di avvelenamento, poiché la norma utilizzata per i sequestri è stata interpretata male.
Perché la Procura aveva ordinato i sequestri
Fanpage.it ha seguito tutta questa intricata storia, che comincia con un sequestro da parte del Corpo Forestale dello Stato. Di quelli grossi: più di 40 ettari di terreno, 15 fondi. Nell’autunno del 2013, i titoli sui giornali sono quelli da prima pagina: parlano di verdura al veleno, un’onta e un timore enorme per centinaia di famiglie che lavorano in agricoltura in quella zona, che vanno ad aggravare una situazione non certo florida in tutta l’area. La Procura di Napoli, sulla base di analisi effettuate volontariamente dagli stessi produttori, chiede il sequestro di pozzi, campi e prodotti, ritenendo che vi siano contaminanti nelle acque usate per irrigare, in quantità tale da essere un pericolo per la salute pubblica. L’ipotesi è avvelenamento. La paura e lo sconforto sono enormi: da quella zona si esportano prodotti in tutto il mondo, in particolare al nord Europa, soprattutto per la grande distribuzione. Il danno è inquantificabile, la prostrazione nella quale cade un intero territorio, pure.
Pozzi, terreni, prodotti, dunque, passano al setaccio della magistratura. Nell’acqua, in molti casi, sono stati rinvenuti floruri, manganese, arsenico. Composti che si trovano anche in natura, cioè possono essere presenti nei terreni: in gergo tecnico, contribuiscono a formare il cosiddetto “fondo naturale”. In alcuni pozzi viene rilevata la presenza di tetracloroetilene in misura superiore alla cosiddetta “soglia di contaminazione”.
A questo punto, la faccenda si complica e inizia ad assumere sfumature kafkiane: la legge, infatti, prevede che eventuali provvedimenti giudiziari sui suoli si basino su una analisi del rischio, da effettuare se i valori superano determinate “soglie”. E poi bisogna conoscere i valori di fondo naturale, cioè quali composti sono presenti in quel terreno”per natura”. Operazioni che a Caivano non vengono approfondite, sequestrando tutto sulla base di un’interpretazione restrittiva del “Testo unico ambientale”, che interpreta i parametri indicati non come “soglie”, ma come limiti tassativi. Il Testo unico ambientale, tra le altre cose, non sembra essere il riferimento di legge giusto per valutare l’eventuale inquinamento di acque che servono a irrigare i campi. Come se non bastasse, sempre nella legge presa a riferimento, la presenza di alcuni tra quei composti, nelle concentrazioni rilevate, è ammessa – ad esempio – nell’acqua potabile.
Cosa succede adesso
Cosa succederà, adesso ? E’ una domanda da un milione di dollari. Potrebbe accadere che la Procura, dopo un dissequestro, sequestri nuovamente il terreno (e gli altri) formulando correttamente la richiesta e si ricomincia daccapo. Intanto, l’avvocato che difende l’agricoltore ricorrente ha fatto istanza di restituzione dei terreni. Oppure, sarà presa in considerazione la sentenza della Cassazione e il signor Vincenzo, che come gli altri ha visto analizzare i suoi prodotti e terreni che sono risultati sani, potrà forse ricominciare a lavorare. Sperando che non si sia indebitato troppo, perché in quella zona (e senza risposte) l’agricoltura è ferma da un anno e mezzo, con un danno d’immagine ed economico notevoli: “Per loro, ormai – chiosa un agricoltore parlando con noi al telefono – E’ tutta Terra dei Fuochi”.

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