Agrofarmaci e agricoltura biologica, in Francia i ricercatori contestano l’Inra

Pubblichiamo da Agronotizie (leggi articolo originale)

Francia sempre più sorprendente e quasi schizofrenica: all’annuncio choc della legge con cui intendono abolire l’uso degli agrofarmaci tradizionali da parte degli enti pubblici a partire dal 2020 e da parte degli utilizzatori non professionali a partire dal 2022 (vedere articolo) fa da contraltare uno studio del più prestigioso ente di ricerca transalpino (Inra) che suggerisce di autorizzare agrofarmaci chimici in agricoltura biologica per migliorarne la performance.

Un gigante pubblico per la ricerca scientifica in agricoltura
L’Inra (Institut national de la recherche agronomique) è l’istituto nazionale francese per la ricerca in agricoltura con circa 8.500 addetti a tempo pieno, cui si aggiungono circa 3.000 borsisti, a fronte di un budget di quasi 900 milioni di euro nel 2013, di cui 680 per incarichi di pubblica utilità e quasi 150 per attività di ricerca finalizzata.

Per fornire un’idea della dimensione di questo istituto, l’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) ha (dati 2013) 477 effettivi e un budget (78 milioni di euro) pari a meno di un decimo di quello dell’Inra.
Il mercato italiano degli agrofarmaci (fonte Agrofarma) si colloca intorno ai 740 milioni di euro.

Sessantatrè Davide con la fionda in mano
I sessantatrè ricercatori che hanno contestato il lavoro dell’Inra provengono da differenti Università, Istituti, Centri di ricerca francesi (di cui ben 16 – molto coraggiosi, aggiungiamo noi – della stessa Inra) ed esteri e sono accomunati nella critica all’approccio utilizzato nell’affrontare l’argomento “Verso un’agricoltura ad alto rendimento. Vol.1 Analisi del rendimento dell’agricoltura biologica”, a loro avviso non obiettivo e talora impreciso.
La sezione “Qualità della produzione biologica” sarebbe stata infatti trattata in modo superficiale, con pochi riferimenti bibliografici, e la maggiore qualità della produzione biologica sarebbe stata minimizzata e diluita in altre considerazioni di minore importanza.
Nel capitolo “Qualità sanitaria della produzione dell’agricoltura biologica” il lavoro fa ampiamente riferimento alla relazione preparata dall’agenzia francese della sicurezza alimentare (Afssa, ora Anses) nel 2003 e poco altro e sorprendentemente ignora l’aspetto “La resistenza agli antibiotici nel bestiame” in cui il rapporto citato e altri lavori vedono notevolmente avvantaggiata l’agricoltura biologica.
All’altro cavallo di battaglia delle produzioni biologiche, i residui di antiparassitari negli alimenti, è dedicata solo mezza pagina, saltando a piè pari tutta la letteratura a sostegno della maggiore salubrità di una produzione senza residui.
In sintesi il rapporto minimizza i vantaggi in termini di salute del mancato utilizzo degli antiparassitari in agricoltura, arrivando a considerarlo un “non vantaggio”.
La sezione ambientale non sembra essere molto diversa: il dato di fatto che l’agricoltura biologica ha per unità di superficie meno perdite di nitrati in falda viene “ingentilito” citando una meta-analisi dalla quale si evince che la differenza si annulla o addirittura si inverte quando si considerano i quantitativi di nitrati immessi per unità di prodotto.
Anche la parte del confronto dei dati produttivi sembra avere vizi metodologici, arrivando a confrontare campioni molto diversi e situazioni che avvantaggiano l’agricoltura convenzionale (es. monocolture di cereali).

L’agricoltura biologica con gli erbicidi è meglio
Il lavoro prosegue con i risultati di un’indagine empirica sulla produttività e la redditività dell’agricoltura biologica condotta analizzando informazioni disponibili in alcune banche dati. Particolarmente singolare è il passaggio in cui gli autori evidenziano come la redditività degli appezzamenti coltivati secondo i dettami dell’agricoltura biologica sia positivamente influenzata dal numero di trattamenti con erbicidi, mentre in agricoltura convenzionale ciò non succede.
A conferma che ciò non è una svista, gli autori infieriscono con i lettori arrivando a consigliare l’autorizzazione di erbicidi chimici per aumentare la performance dell’agricoltura biologica.

La risposta del gigante
La risposta dell’Inra, un documento di 50 pagine recapitato ai mittenti il 10 gennaio scorso, ribatte punto su punto ai rilievi dei 63 ricercatori, precisando inizialmente che l’obiettivo dello studio era risolvere il seguente interrogativo “Come rendere l’agricoltura biologica (francese) più produttiva e competitiva?” e non “E’ meglio l’agricoltura tradizionale o quella biologica?”.
Di fatto le considerazioni sui vantaggi e svantaggi dell’agricoltura biologica in materia ambientale sarebbero quindi un “allungare il brodo” (lo studio – per meglio dire il tomo – è di 372 pagine), a meno di non leggere tra le righe che l’unico modo per incrementare la performance dell’agricoltura biologica sia quello di renderla convenzionale, come sembra emergere dalle raccomandazioni finali “Dobbiamo temere una convenzionalizzazione dell’agricoltura biologica?”.
La scivolata sugli erbicidi non viene negata, anche se si da la colpa alla qualità delle banche dati utilizzate, ree – aggiungiamo noi – di aver fotografato una realtà che è molto frequente anche negli altri paesi – Italia in primis. Per il resto l’ente rimane sulle proprie posizioni, e il suo accusare i “Davide” di avere estrapolato delle singole frasi dal contesto, cambiandone di fatto il senso, fa parte del normale confronto dialettico che troviamo quotidianamente nelle schermaglie tra politici e giornalisti in Italia.

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